Una serie di sfortunati eventi, la mia recensione della serie Netflix

Dopo una lunga assenza, ecco la mia recensione di Una serie di sfortunati eventi, prodotta e trasmessa da Netflix, pubblicata sulla piattaforma di streaming il 13 gennaio di quest’anno.

Titolo: A Series of Unfortunate Events
Formato: Serie TV
Episodi: 8
Durata: 45 min (episodio)
Paese: Stati Uniti
Ideatore: Mark Hudis
Rete: Netflix
Anno: 2017
Genere: Drammatico, Commedia
Lingua originale: Inglese
Cast: Neil Patrick Harris, Patrick Warburton, Malina Weissman, Louis Hynes, Presley Smith, K. Todd Freeman

In 8 episodi, Una serie di sfortunati eventi costituisce la trasposizione televisiva dei primi 4 libri dell’omonima serie letteraria di Daniel Handler. La trama è incentrata sulle vicende dei fratelli Baudelaire, i quali, rimasti orfani, si ritrovano a dover continuamente sfuggire dalle grinfie del Conte Olaf, interessato a mettere le mani sulla loro immensa eredità.

Un grosso difetto: la ripetitività

C’è da dire che l’unico motivo che mi ha spinto ad iniziare questa serie era la presenza di Neil Patrick Harris. E qui, nei panni del perfido Conte Olaf, attoruncolo da quattro soldi, che, a sua volta, vestirà i panni di altri personaggi, con il solo intento di accaparrarsi l’eredità degli orfani, mostra perfettamente le proprie capacità.

Tuttavia, Una serie di sfortunati eventi ha un grossissimo difetto: la ripetitività. Ogni coppia di episodi, infatti, si può riassumere in: gli orfani vengono affidati ad un nuovo tutore, arriva il Conte Olaf in un improponibile travestimento, i Baudelaire lo riconoscono e tentano di fermare il suo piano. Il tutto mentre il signor Poe, della Gestione finanze truffaldine, sembra non capire cosa sia succedendo.

Non avendo letto i romanzi e non avendo nemmeno visto il film con Jim Carrey, non so se questa ripetitività sia voluta o meno, ma risulta comunque fastidiosa.

Ma ci sono anche dei pregi!

Nonostante questo difetto, Una serie di sfortunati eventi ha anche dei pregi. In primis, il comparto tecnico, con scenografie un po’ gotiche, un po’ steampunk, che ricordano alcune opere di Tim Burton. Difficile da scordare, poi, è la sigla iniziale, diversa per ogni episodio, ma sempre presagio delle disavventure che stanno per accadere ai poveri orfani.

Ottimo anche il cast. Oltre a Neil Patrick Harris, il cui ruolo sembra cucito su misura per lui, anche la performance di Patrick Warburton, che intepreta il narratore, Lemony Snicket, è sicuramente degna di nota.

Una serie, insomma, sfortunatamente stancante, sicuramente difficile da “maratonare” ma che, già solo per il cast, merita di essere vista.

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